Il 37% delle grandi aziende italiane ha già avviato strategie di repatriation dei workload critici. Ma il mercato cloud europeo resta dominato dai colossi statunitensi, mentre esperti e imprese chiedono un cambio di paradigma basato su investimenti, domanda interna e capacità di fare sistema. L’Europa produce ricerca, genera risparmio e dispone di competenze tecnologiche di primo piano. Eppure continua a dipendere da infrastrutture e piattaforme digitali sviluppate altrove. È il quadro emerso durante Platmosphere, l’evento italiano dedicato al platform engineering e alla governance dell’intelligenza artificiale organizzato da Mia-Platform a Milano, dove l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano ha presentato dati che fotografano le contraddizioni dell’ecosistema digitale europeo.

In Italia, il 45% dei 25 miliardi di euro di investimenti nei data center previsti nei prossimi tre anni è concentrato nelle mani di tre hyperscaler cloud statunitensi. A livello continentale la situazione appare ancora più marcata: l’80% del mercato europeo del cloud computing, che vale circa 112 miliardi di euro, è controllato da operatori americani. Accanto a questa forte dipendenza emerge però un segnale di cambiamento. Secondo i dati del Politecnico, il 37% delle grandi aziende italiane ha avviato processi di repatriation, riportando dati e applicazioni strategiche verso provider cloud europei. Una scelta che non nasce da logiche protezionistiche, ma dalla crescente consapevolezza che l’infrastruttura digitale rappresenti oggi un asset strategico per la competitività delle imprese.

I numeri raccontano quello che molti osservatori definiscono il “paradosso europeo”. L’Europa produce il 15% delle pubblicazioni scientifiche mondiali sull’intelligenza artificiale, superando il 9% degli Stati Uniti. Tuttavia, quando si osserva la capacità di trasformare la ricerca in innovazione industriale, il quadro cambia radicalmente: i brevetti europei nel settore AI rappresentano appena il 3% del totale mondiale, contro il 14% degli Stati Uniti. Per Carlo Negri, ricercatore senior dell’Osservatorio AI del Politecnico di Milano, il problema non è la mancanza di competenze ma la difficoltà nel trasferire la conoscenza dal mondo accademico all’industria. Una debolezza che genera una significativa dispersione di valore e limita la capacità europea di costruire campioni tecnologici globali.

Una lettura ancora più critica arriva da Cristina Caffarra, economista e Chairperson di EuroStack Initiative Foundation, che ha definito l’Europa una vera e propria “colonia digitale”. Secondo Caffarra, il continente dipende da attori extraeuropei in quasi tutti i livelli della catena del valore tecnologica: dai chip all’hardware, dal software ai modelli di intelligenza artificiale. Per l’economista, uno degli errori strategici degli ultimi anni è stato puntare prevalentemente sulla regolamentazione. Strumenti come GDPR, Digital Markets Act e AI Act hanno contribuito a definire regole e tutele, ma non sono stati sufficienti a creare una solida industria tecnologica europea. Per costruire competitività servono invece investimenti, capitale di rischio, domanda di mercato e capacità di scalare rapidamente.

Anche sul fronte finanziario emerge un paradosso. L’Europa genera ogni anno risparmi per circa 1.300 miliardi di euro, quasi il doppio degli Stati Uniti, ma una quota significativa di queste risorse finisce per alimentare l’innovazione americana anziché sostenere quella europea.

Secondo Federico Soncini Sessa, COO di Mia-Platform, il segnale più incoraggiante è proprio il cambio di mentalità che si sta diffondendo tra le imprese. Il crescente interesse verso fornitori europei non rappresenta una chiusura dei mercati, ma una scelta strategica orientata alla creazione di valore sul territorio. Aziende come OVHcloud e Mistral AI dimostrano che l’Europa dispone delle competenze necessarie per competere nei settori del cloud e dell’intelligenza artificiale. La sfida principale resta quella della frammentazione. Nel quantum computing, ad esempio, il 90% dei 9 miliardi di euro di fondi pubblici europei viene gestito attraverso programmi nazionali separati, mentre solo il 10% è coordinato a livello comunitario. Una dispersione che limita la capacità di competere con gli Stati Uniti anche nelle tecnologie emergenti.

In questo contesto, l’iniziativa InvestAI, con 200 miliardi di euro destinati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale europea, rappresenta un’opportunità cruciale. Per coglierla, tuttavia, sarà necessario rafforzare la domanda privata, favorire il consolidamento dell’ecosistema tecnologico continentale e superare le divisioni nazionali. L’obiettivo, secondo gli esperti riuniti a Platmosphere, non è chiudersi al mercato globale, ma costruire un’Europa capace di essere protagonista anche nell’economia digitale. Per riuscirci serviranno investimenti, fiducia nelle proprie capacità e una visione industriale comune. Una sfida che riguarda non solo la tecnologia, ma il futuro economico e strategico del continente.

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