A giugno Milano ha fatto da cornice all’evento VeeamON, con Veeam che, come sottolineato da Alessio Di Benedetto, Country Manager Italia, celebra quest’anno i suoi 20 anni di attività. Nata nel 2006 con una precisa focalizzazione sulla data protection in ambiente virtuale, Veeam ha saputo evolversi, consolidando una posizione di “assoluto privilegio sul mercato, con riconoscimenti da parte di Gartner e IDC”, a testimonianza di una presenza e un modello di collaborazione con partner e clienti di importanza critica. L’evento non è stato però solo un’occasione per celebrare i successi, ma per esplorare i prossimi passi e comprendere la reazione di Veeam allo scenario delineato dall’intelligenza artificiale.
Patrick Rohrbasser, Regional VP South Emea di Veeam, ha di fatto tracciato l’evoluzione della data protection attraverso tre ere. La prima, iniziata negli anni ’80, si concentrava sull’evitare la perdita di dati e garantire la capacità di ripristino, un periodo in cui la creazione di soluzioni di backup e restore era fondamentale per la sicurezza delle informazioni. Veeam, nata 20 anni dopo, si è distinta come “il primo vendor che ha creato l’Instant Recovery, estendendo rapidamente la copertura a workload fisici, cloud e dispositivi, includendo il fondamentale backup di Microsoft 365, un aspetto inizialmente sottovalutato ma ora riconosciuto come critico”. La seconda era, dal 2017, ha visto l’emergere della necessità di affrontare le crescenti sfide dei primi attacchi massivi che causavano milioni di dollari di perdite e l’incapacità di recuperare dati o applicazioni. “In questo contesto, Veeam si è posizionata come la migliore e ultima linea di difesa, creando un’interfaccia con strumenti di sicurezza di front-line come Splunk e Palo Alto per garantire la capacità di recuperare il dato e l’operatività in ogni situazione.” Ma è la terza era, quella attuale, a rappresentare secondo Rohrbasser il punto di svolta: “È l’era dell’AI Agentica. Questo scenario è caratterizzato da un’alta velocità” di evoluzione, dove l’infrastruttura tradizionale, basata sull’interazione umana con le macchine, si scontra con nuove dinamiche. Qui Le sfide sono molteplici e complesse.”
Un aspetto cruciale per il manager è la crescente ‘data gravity’, un fenomeno in cui il 90% del volume dei dati è costituito da informazioni non strutturate, definite il “fuoco dell’AI. Se in passato questi dati venivano principalmente archiviati, oggi sono attivamente utilizzati e interrogati dai sistemi di intelligenza artificiale, rendendo la loro gestione, protezione e recupero immensamente più complessa e strategica.” Si aggiunge a ciò la pervasività delle applicazioni SaaS e l’emergenza della ‘Shadow AI’, com le grandi aziende che, in media, utilizzano circa 106 applicazioni SaaS, spesso al di fuori del controllo diretto del data center o dell’IT centrale. Queste applicazioni interagiscono con agenti AI, creando un rischio significativo di ‘drift di dati’ e di ‘shadow AI’, dove gli agenti operano senza piena consapevolezza o controllo aziendale, sviluppati a volte con strumenti esterni e non interni, rendendo necessarie nuove politiche di rafforzamento. “L’81% delle aziende utilizza agenti AI, con l’88% che sta provando o utilizzando attivamente l’AI, ma solo il 7% si considera ‘best in class’ nella gestione di tale complessità. La velocità degli attacchi è un altro fattore determinante. Gli stessi hacker sfruttano l’AI, rendendo gli attacchi molto più difficili da stoppare e velocissimi, come dimostrato dal dato di Microsoft che blocca 7.000 attacchi di password per secondo.”
Infine, le identità non umane e gli accessi privilegiati rappresentano un rischio significativo. “La realtà attuale vede circa 82 agenti per essere umano e 250.000 identità non umane per azienda, numeri che rendono il controllo manuale praticamente impossibile. Il 97% di questi agenti gode infine di privilegi di accesso che consentono di accedere a dati sensibili preclusi agli umani, con il rischio di manipolazione o cancellazione massiva in pochi secondi. Questo scenario sottolinea che il controllo non può più essere solo sul perimetro, ma deve estendersi ai dati stessi.”
Il “layer mancante” e la risposta di Veeam
Di fronte a questo scenario, Alessio Di Benedetto ha evidenziato l’esistenza di un layer mancante tra l’infrastruttura, i dati e i modelli AI. “Il sistema attuale, progettato per il controllo perimetrale e l’interazione umana, non è più sufficiente quando gli agenti AI accedono direttamente ai dati. La risposta di Veeam è la DataAI Command Platform, un’iniziativa strategica nata anche grazie all’acquisizione di Securiti AI. Questa piattaforma si propone di integrare sicurezza, governance, compliance, privacy e resilienza in un unico approccio.”
I pilastri della piattaforma sono cruciali e interconnessi. La sicurezza è fondamentale e ora si estende alla protezione del dato a livello granulare, su milioni o miliardi di file, un’operazione che prima era, ha spiegato il manager italiano, impossibile da fare manualmente. Parallelamente, la governance significa comprendere non solo chi accede ai dati (utenti umani o agenti AI), ma anche come questi si muovono all’interno dell’azienda, focalizzandosi sul dato centrale per contrastare la shadow AI, garantendo un controllo che va oltre la semplice analisi di ciò che è già conosciuto. La compliance è un altro aspetto irrinunciabile in un mondo altamente regolato. “La piattaforma Veeam offre prove verificabili che i dati rispondono a normative come GDPR, DORA e NIS2, fornendo gli strumenti per controllare le caratteristiche di ogni singolo file in un contesto di automazione e velocità. La privacy impone di gestire l’accesso ai dati sensibili, comprendendo i diritti, le finalità d’uso e i criteri di sovranità del dato, aspetti che non sono per niente banali nell’era dell’AI. Infine, la resilienza si evolve, abbandonando l’approccio tradizionale di ripristino post-incidente per una resilienza proattiva, integrando visibilità sugli accessi e governance per affrontare non solo disastri fisici o ransomware, ma anche i comportamenti errati.”
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