Oggi le strategie di cybersecurity delle aziende sono sempre più incentrate su persone e dati (con un occhio all’intelligenza artificiale) mentre il bersaglio degli attaccanti ha ormai superato il perimetro di rete per andare direttamente su utenti, applicazioni, AI e tutte le interazioni collaborative che ne derivano. In tale contesto Marco Zani (in alto nella foto), Country Leader per l’Italia di Proofpoint, spiega che “la protezione delle persone include la difesa da phishing, business email compromise, account takeover, social engineering e minacce generate dall’AI, il tutto tramite meccanismi di rilevamento avanzati. È quindi importante formare gli utenti affinché passino da potenziale anello debole a un vero e proprio bastione di difesa all’interno dell’azienda.”
Di fatto la protezione dei dati si traduce nel prevenire la perdita, gestire il rischio interno, classificare le informazioni sensibili e governare i dati stessi su canali tradizionali e cloud. Dal canto suo la governance dell’AI implica dare visibilità all’uso delle applicazioni AI, controllare l’interazione con i modelli agentici e applicare policy di sicurezza e audit trail attivi. “È una strategia che permette di indirizzare persone, dati ed AI in un contesto in cui il bersaglio degli attaccanti ormai non prende più di mira solo il perimetro di rete, ma proprio gli utenti, le applicazioni, l’AI, tutte le interazioni di collaborazione che hanno a che fare con questa tecnologia,” prosegue Zani.
Cosa fanno le aziende
In merito all’adozione dell’AI in Italia, Zani osserva che il Paese è storicamente più lento rispetto ad altri nell’adottare le parti più innovative. L’idea è che, sebbene alcune realtà siano ‘illuminate’ e stiano procedendo in modo incrementale per automatizzare processi specifici, c’è ancora molta riservatezza e una mancanza di governance diffusa. Ecco che la ricerca ‘Voice of the CISO 2026’ presentata da Proofpoint ha da un lato rilevato un’accresciuta resilienza aziendale ma anche un ampliamento del perimetro di competenza dei CISO. Ad esempio, quelli italiani che ritengono che la propria azienda sia a rischio di un cyberattacco materiale nei prossimi 12 mesi sono scesi al 49% degli intervistati contro l’84% del 2025. Nel contempo le perdite significative di dati segnalate sono diminuite dal 77% al 51%. E, nonostante una maggiore confidenza nella gestione degli attacchi e una diminuzione delle aspettative di subire cyberattacchi materiali o perdite di dati, la pressione si sta spostando verso le identità, i processi critici e i flussi di lavoro.
L’adozione non governata di strumenti AI, la cosiddetta ‘shadow AI’, è una sfida, poiché le persone cercano di essere produttive e possono aggirare i blocchi. Secondo Zani l’interazione tra AI pubbliche e dati sensibili rappresenta un tema centrale e un problema costante. L’attacco, con l’AI, sfrutta un moltiplicatore e gli attaccanti hanno capacità d’azione in poche ore, creando un divario con i tempi di risposta effettivi. In tutto questo ecco la vulnerabilità umana cresce come il fattore di rischio maggiore, percepito come tale dal 75% dei CISO italiani (era il 68% nel 2025). Un ruolo, quello del resposnabile della cybersecurity, che è radicalmente cambiato: secondo lo studio l’86% si dichiara allineato con il proprio board (64% nel 2025) che si aspetta comunque che il rischio cyber sia letto in termini di impatto di business. E ancora, nonostante l’81% dei CISO consideri l’AI generativa un forte fattore di rischio per la sicurezza, viene riconosciuta la necessità di abilitare l’innovazione e la produttività che essa può portare.
Una fase di studio

Ferdinando Mancini, Director Sales Engineering Southern Europe, fornisce una prospettiva complementare, confermando che i clienti stanno esplorando l’automazione dei processi manuali tramite agenti AI, talvolta sviluppandone reti complesse che comunicano tra loro. Tuttavia, “ancora non abbiamo evidenza di agenti o reti di agenti che implementano workflow in produzione in maniera sistematica e ormai riconosciuta.” Questa fase di studio è dovuta a preoccupazioni sull’interazione degli agenti con i dati e sul rischio che possano deviare dagli obiettivi previsti. Mancini fa un riferimento sull’automazione del supporto di prima linea, ma ha sottolinea che, al momento, è ancora necessario un controllo umano. Dallo studio emerge che l’AI è diventata una priorità per i CISO, che si concentrano sulla governance dell’AI generativa e sulla ‘shadow AI’. Su tale fronte la visibilità sui dati è cruciale: in un mondo dove cloud e applicazioni terze parti hanno moltiplicato le condivisioni, una piattaforma di AI può trovare dati sensibili (come le buste paga dei colleghi) che un utente non sapeva nemmeno di poter raggiungere. Il che non è un difetto di progettazione, ma l’evoluzione dello scenario.
Infine, pur con una postura di sicurezza migliorata e maggiore fiducia dei team di sicurezza nella gestione degli attacchi classici, Mancini avverte: “Il problema è che è tutto diventato molto più specifico, è aumentata la qualità dell’attacco.” Il riferimento è a deepfake e attacchi multicanale, con impatti importanti sul business. La buona notizia è che l’AI è usata anche in difesa per correlazione, threat intelligence e per scalare l’approccio di sicurezza, con un focus sulla ‘pre-delivery defense’ per bloccare le minacce prima che raggiungano l’utente. Ed è proprio qui che entra in gioco l’offerta di Proofpoint.
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