Oggi ci sono diverse tematiche al centro delle conversazioni che si svolgono in ambito digitalizzazione. Tre in particolare sono quelle citate in un recente incontro con il management italiano di Red Hat, nel corso del quale si è discusso della strategia ‘cloud native’ che il vendor propone con le sue piattaforme open source e basate su Kubernetes. Il tutto in un contesto di mercato che, stando ai dati citati, vede una crescita sostanzialmente piatta della virtualizzazione tradizionale e, contestualmente, un ulteriore decollo di quella basata su container.

Rodolfo Falcone, country manager di Red Hat per l’Italia

“Partiamo dagli abilitatori digitali che oggi vengono considerati a crescita maggiore nei prossimi due anni”, ha introdotto la giornata Rodolfo Falcone, country manager di Red Hat per l’Italia. “Certamente c’è l’intelligenza artificiale, qualcosa che esiste da tempo, un facilitatore che libera le persone perché si dedichino ad altri compiti. Poi si parla della Blockchain che però oggi è ancora usata da pochi, ambito bancario a parte. E infine il cloud computing (e la relativa migrazione applicativa), ed è lì dove la spesa sta andando maggiormente, Un ambito dove rientrano anche altri aspetti come la cybersecurity. E un modello che oggi, considerati anche i costi, è necessariamente di tipo ibrido, ossia quello proposto da tempo da Red Hat.”

Ed ecco che Falcone ha sottolineato come oltre la metà delle applicazioni oggi stia andando in cloud ma anche il fondamentale contributo dell’automazione in ambito data center (offerto dalla Ansible Automation Platform). Il tutto mentre le aziende che virtualizzano oggi si orientano contemporaneamente sui container. Qui, ha spiegato Rinaldo Bergamini, solution architecture manager di Red Hat, gioca un ruolo decisivo OpenShift, piattaforma che permette di trattare i due mondi (e relativi workload) che hanno di fatto requisiti comuni. “È possibile trasportare sulla virtualizzazione i benefici prodotti da un’infrastruttura moderna basata sui container. E non mi riferisco solo alla scalabilità ma anche a percorsi basati su infrastructure as a code, il tutto applicato anche in modalità automatizzata.”

Rinaldo Bergamini, solution architecture manager di Red Hat

Tre di fatto gli approcci supportati da Red Hat con OpenShift Container Platform, OpenShift Virtualization, e, infine, l‘integrazione  legacy. Quindi (uno) trasformazione delle macchine virtuali in container, migrazione del VM (due) nella piattaforma, oppure laddove non sia possibile scegliere una delle due opzioni precedenti avere comunque un ambiente comune pur mantenendo le macchine virtuali già esistenti.

“Il primo approccio è più lungimirante. Il secondo è più semplice e rappresenta il primo passo per poi evolvere l’applicazione verso il ‘cloud native’ con tutti i vantaggi dei microservizi e di altri componenti. In conclusione la virtualizzazione non ha vertical e dimensioni di mercato specifici. Vale per tutti, ma si tratta di scegliere la piattaforma più moderna e pronta al futuro.”

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